Il contributo propone un ribaltamento del concetto di marginalità del territorio italiano interno attraverso una diversa lettura delle identità̀ geografiche e storiche dove la memoria della natura e della cultura costituisce un’anima assopita, ma non distrutta, pronta per essere estratta in senso archeologico e soprattutto dinamico, per legarla ad un possibile riequilibrio territoriale. La domanda è come riproporre una cultura del progetto innovativa nei centri antichi, lontana da dogmi squisitamente conservazionisti e aperta alle esigenze di vita contemporanei? In questo quadro presentiamo due esperienze di ricerca progettuale sviluppate nella Calabria ionica bassa, all’interno di una area omogenea o meglio di una Stanza paesaggistica dell’area grecanica, che costituiscono due modalità d’intervento in un sistema insediativo calabrese pulviscolare. Il primo intervento individua il progetto di un manufatto singolo, un Monastero culturale avamposto ricettivo che guarda il paesaggio e le città metaforicamente ispirato al programma Lecorbuseriano per La Tourrette “«Alloggiare nel silenzio degli uomini che si dedicano alla preghiera e allo studio e costruire per loro una chiesa»; il secondo è un intervento interno ad un centro semiabbandonato – Bova di lingua grecanica – concependo il disegno degli spazi interstiziali come vere e proprie trasfusioni nelle ferite della città esistente. Come per i complessi monacali medievali e bizantini sparsi nelle vallate della Calabria, il nuovo Monastero culturale si colloca lungo le rive della fiumara Amendolea, in un rapporto fortemente dialettico con la natura e la storia. Si privilegia un atteggiamento di rinuncia dell’intervento dentro i centri storici abbandonati, evitando un inutile accanimento terapeutico per proporre un’idea d’innovazione in forte dialettica con l’esistente, attraverso il fascino della rovina immersa nella natura che caratterizza l’iconografia storica e pittoresca dei grandi viaggiatori del Grand Tour anche in questi territori. Il centro urbano di Bova è assunto come un laboratorio di sperimentazione progettuale dove la forma dell’“assenza” del costruito – ruderi, demolizioni - diventa l’elemento rigeneratore e il segno dell’abitare contemporaneo. A partire dal riconoscimento di una geografia dell’abbandono che spesso coincide con la geografia dei rischi territoriali la proposta progettuale tenta di individuare nuovi parametri di valore e modelli di riferimento basati sull’interazione con le questioni ambientali, la cultura dell’heritage e l’innovazione tecnologica. Si parte da un’azione di retrofitting proposta come un potente fattore di innovazione concettuale che si basa su nuovi criteri d’intervento non più fondati sui principi di rigidezza e sostruzione ma su quelli della permeabilità, capaci di assorbire e adattarsi ai cambiamenti naturali. Il suolo si configura come un dispositivo dinamico poroso di raccolta e recupero dell’acqua piovana contribuendo alla salubrità dello spazio urbano e ridisegnando gli spazi interstiziali della città.

In land areas, tourism and new topographies. Projects along the Amendolea river and the village of Bova

O. Amaro
;
M. Tornatora
2020

Abstract

Il contributo propone un ribaltamento del concetto di marginalità del territorio italiano interno attraverso una diversa lettura delle identità̀ geografiche e storiche dove la memoria della natura e della cultura costituisce un’anima assopita, ma non distrutta, pronta per essere estratta in senso archeologico e soprattutto dinamico, per legarla ad un possibile riequilibrio territoriale. La domanda è come riproporre una cultura del progetto innovativa nei centri antichi, lontana da dogmi squisitamente conservazionisti e aperta alle esigenze di vita contemporanei? In questo quadro presentiamo due esperienze di ricerca progettuale sviluppate nella Calabria ionica bassa, all’interno di una area omogenea o meglio di una Stanza paesaggistica dell’area grecanica, che costituiscono due modalità d’intervento in un sistema insediativo calabrese pulviscolare. Il primo intervento individua il progetto di un manufatto singolo, un Monastero culturale avamposto ricettivo che guarda il paesaggio e le città metaforicamente ispirato al programma Lecorbuseriano per La Tourrette “«Alloggiare nel silenzio degli uomini che si dedicano alla preghiera e allo studio e costruire per loro una chiesa»; il secondo è un intervento interno ad un centro semiabbandonato – Bova di lingua grecanica – concependo il disegno degli spazi interstiziali come vere e proprie trasfusioni nelle ferite della città esistente. Come per i complessi monacali medievali e bizantini sparsi nelle vallate della Calabria, il nuovo Monastero culturale si colloca lungo le rive della fiumara Amendolea, in un rapporto fortemente dialettico con la natura e la storia. Si privilegia un atteggiamento di rinuncia dell’intervento dentro i centri storici abbandonati, evitando un inutile accanimento terapeutico per proporre un’idea d’innovazione in forte dialettica con l’esistente, attraverso il fascino della rovina immersa nella natura che caratterizza l’iconografia storica e pittoresca dei grandi viaggiatori del Grand Tour anche in questi territori. Il centro urbano di Bova è assunto come un laboratorio di sperimentazione progettuale dove la forma dell’“assenza” del costruito – ruderi, demolizioni - diventa l’elemento rigeneratore e il segno dell’abitare contemporaneo. A partire dal riconoscimento di una geografia dell’abbandono che spesso coincide con la geografia dei rischi territoriali la proposta progettuale tenta di individuare nuovi parametri di valore e modelli di riferimento basati sull’interazione con le questioni ambientali, la cultura dell’heritage e l’innovazione tecnologica. Si parte da un’azione di retrofitting proposta come un potente fattore di innovazione concettuale che si basa su nuovi criteri d’intervento non più fondati sui principi di rigidezza e sostruzione ma su quelli della permeabilità, capaci di assorbire e adattarsi ai cambiamenti naturali. Il suolo si configura come un dispositivo dinamico poroso di raccolta e recupero dell’acqua piovana contribuendo alla salubrità dello spazio urbano e ridisegnando gli spazi interstiziali della città.
978-88-6242-342-7
Aree interne, marginalità, fragilità
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Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: https://hdl.handle.net/20.500.12318/129529
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