La morte del ticinese Carlo Fontana, nel 1714, segnò la crisi di due aspetti della formazione dell’architetto a Roma che egli aveva contribuito a consolidare: il rapporto intrinseco tra discepolato di bottega e insegnamento accademico, la trasmissione del sapere tra maestro e allievo intesa come espressione di continuità culturale e di identità ‘nazionale’. Spezzando la secolare catena di grandi maestri che aveva connotato la preminenza della componente lombardo-ticinese nel sistema dell’edilizia romana, la scomparsa di Fontana segnò anche l’esaurimento dell’ultimo flusso migratorio di giovani aspiranti architetti conterranei gravitanti tra il suo studio e l’Accademia di San Luca. A partire dagli anni trenta e poi soprattutto dagli anni cinquanta del Settecento altri giovani ticinesi furono protagonisti di un nuovo approccio alla formazione dell’architetto, in base al quale il soggiorno di studio romano, circoscritto nel tempo, era finalizzato al perfezionamento di un primo apprendistato svolto nei luoghi di provenienza e non più alla ricerca di un impiego stabile nella città pontificia. Si trattava in gran parte di membri di famiglie di costruttori radicati in altri centri italiani che ambivano a qualificare culturalmente la propria collocazione professionale, come Simone Cantoni, nativo di Muggio, e l’oriundo Filippo Castelli, provenienti rispettivamente da Genova e da Torino dove erano destinati a ritornare. In questo senso essi non si differenziavano dagli architetti stranieri, particolarmente britannici, che giungevano a Roma per periodi di studio limitati, condividendone il percorso formativo dall’iniziale frequentazione degli studi dei principali maestri romani, al graduale affrancamento dal tradizionale processo di progettazione per copia e imitazione di modelli consolidati che vi si impartiva, alla ricerca di più innovative e autonome esplorazioni dell’architettura antica e rinascimentale. Ciò fino a quando, dagli anni Settanta in poi, lo sviluppo delle accademie italiane e straniere non conformò il soggiorno di studio dei propri borsisti sull’esempio codificato dall’Académie Royale di Parigi per i propri pensionnaires. In questo contesto ebbe un ruolo primario il ticinese Giocondo Albertolli, creatore con altri membri della sua famiglia di una estesa rete di corrispondenti che pose le basi per le successive fortune dei connazionali Pietro Nobile, Domenico Gilardi, Pietro Bianchi e Gaspare Fossati, ognuno dei quali, in tempi e modi diversi, durante il soggiorno romano fu un interprete originale della comune estrazione culturale.
La scuola romana. Formazione e perfezionamento degli architetti ticinesi a Roma. 1730-1830 / Manfredi, T.. - (2026), pp. 137-158. [10.48287/978-88-3367-346-2]
La scuola romana. Formazione e perfezionamento degli architetti ticinesi a Roma. 1730-1830
MANFREDI, Tommaso
2026-01-01
Abstract
La morte del ticinese Carlo Fontana, nel 1714, segnò la crisi di due aspetti della formazione dell’architetto a Roma che egli aveva contribuito a consolidare: il rapporto intrinseco tra discepolato di bottega e insegnamento accademico, la trasmissione del sapere tra maestro e allievo intesa come espressione di continuità culturale e di identità ‘nazionale’. Spezzando la secolare catena di grandi maestri che aveva connotato la preminenza della componente lombardo-ticinese nel sistema dell’edilizia romana, la scomparsa di Fontana segnò anche l’esaurimento dell’ultimo flusso migratorio di giovani aspiranti architetti conterranei gravitanti tra il suo studio e l’Accademia di San Luca. A partire dagli anni trenta e poi soprattutto dagli anni cinquanta del Settecento altri giovani ticinesi furono protagonisti di un nuovo approccio alla formazione dell’architetto, in base al quale il soggiorno di studio romano, circoscritto nel tempo, era finalizzato al perfezionamento di un primo apprendistato svolto nei luoghi di provenienza e non più alla ricerca di un impiego stabile nella città pontificia. Si trattava in gran parte di membri di famiglie di costruttori radicati in altri centri italiani che ambivano a qualificare culturalmente la propria collocazione professionale, come Simone Cantoni, nativo di Muggio, e l’oriundo Filippo Castelli, provenienti rispettivamente da Genova e da Torino dove erano destinati a ritornare. In questo senso essi non si differenziavano dagli architetti stranieri, particolarmente britannici, che giungevano a Roma per periodi di studio limitati, condividendone il percorso formativo dall’iniziale frequentazione degli studi dei principali maestri romani, al graduale affrancamento dal tradizionale processo di progettazione per copia e imitazione di modelli consolidati che vi si impartiva, alla ricerca di più innovative e autonome esplorazioni dell’architettura antica e rinascimentale. Ciò fino a quando, dagli anni Settanta in poi, lo sviluppo delle accademie italiane e straniere non conformò il soggiorno di studio dei propri borsisti sull’esempio codificato dall’Académie Royale di Parigi per i propri pensionnaires. In questo contesto ebbe un ruolo primario il ticinese Giocondo Albertolli, creatore con altri membri della sua famiglia di una estesa rete di corrispondenti che pose le basi per le successive fortune dei connazionali Pietro Nobile, Domenico Gilardi, Pietro Bianchi e Gaspare Fossati, ognuno dei quali, in tempi e modi diversi, durante il soggiorno romano fu un interprete originale della comune estrazione culturale.I documenti in IRIS sono protetti da copyright e tutti i diritti sono riservati, salvo diversa indicazione.


