Pavel Florenskij nel suo scritto La prospettiva rovesciata afferma: «La prima premessa in ordine logico è quella di uno spazio qualitativamente omogeneo, infinito, illimitato, per così dire indifferenziato e informale. Non è difficile vedere che queste premesse negano allo stesso tempo sia la natura che l’uomo, sebbene si basino, per beffa della storia su slogans come “naturalismo” e “umanesimo” […]». Tale paradosso, evidenziato da Florenskij, di una concezione di spazio potremmo dire "astratto", apparentemente inconciliabile con una cultura come quella rinascimentale in cui è l’uomo ad assumersi la “pragmatica” responsabilità della realtà, trova soluzione in un processo di “specializzazione” di uno degli infiniti punti disponibili nell’omogeneità "indifferenziata" dello spazio platonico. Esso diviene, così, punto d’osservazione privilegiato, posto al finito e, quindi, origine della percezione umana. L’abbandono di un punto di vista “teocratico”, di stampo medievale, in favore di un punto di vista “accessibile”, alla portata del nuovo "soggetto regnante", conduce la prospettiva a divenire un prezioso strumento di controllo della realtà. Da qui derivano forme di rappresentazione prospettica dello spazio che oscillano tra aspirazione ad un’utopia, sia pur di stampo razionale, e rappresentazione mimetica, apparentemente ancorata alla realtà ma concretamente atopica. Lo spazio diviene così persuasione percettiva, governata da un’osservazione obbligata. Il punto di vista dell’artista impone uno spazio all’osservatore che non è più solo percezione razionale della realtà ma essa stessa si propone come surrogato dello spazio costruito. Nelle città ideali dipinte nelle tavole di Urbino, Berlino e Baltimora l’architettura domina la scena in un contesto spaziale "metafisicamente" deserto, privo, se non per qualche rara eccezione, di figure umane, in cui si determina un’atmosfera surreale che genera la sensazione di un vuoto assoluto, definito e limitato dalle nuove forme architettoniche rinascimentali. Uno spazio "ideale" richiede la rappresentazione di un’architettura "ideale", credibile espressione dei valori dell’Umanesimo, ma è anche il paradosso di un’utopia che per essere tale deve necessariamente fare riferimento ad un immaginario atopico.

Forme e modi di uno spazio astratto. Utopia e atopia nella rappresentazione dello spazio rinascimentale

MEDIATI, Domenico
2013

Abstract

Pavel Florenskij nel suo scritto La prospettiva rovesciata afferma: «La prima premessa in ordine logico è quella di uno spazio qualitativamente omogeneo, infinito, illimitato, per così dire indifferenziato e informale. Non è difficile vedere che queste premesse negano allo stesso tempo sia la natura che l’uomo, sebbene si basino, per beffa della storia su slogans come “naturalismo” e “umanesimo” […]». Tale paradosso, evidenziato da Florenskij, di una concezione di spazio potremmo dire "astratto", apparentemente inconciliabile con una cultura come quella rinascimentale in cui è l’uomo ad assumersi la “pragmatica” responsabilità della realtà, trova soluzione in un processo di “specializzazione” di uno degli infiniti punti disponibili nell’omogeneità "indifferenziata" dello spazio platonico. Esso diviene, così, punto d’osservazione privilegiato, posto al finito e, quindi, origine della percezione umana. L’abbandono di un punto di vista “teocratico”, di stampo medievale, in favore di un punto di vista “accessibile”, alla portata del nuovo "soggetto regnante", conduce la prospettiva a divenire un prezioso strumento di controllo della realtà. Da qui derivano forme di rappresentazione prospettica dello spazio che oscillano tra aspirazione ad un’utopia, sia pur di stampo razionale, e rappresentazione mimetica, apparentemente ancorata alla realtà ma concretamente atopica. Lo spazio diviene così persuasione percettiva, governata da un’osservazione obbligata. Il punto di vista dell’artista impone uno spazio all’osservatore che non è più solo percezione razionale della realtà ma essa stessa si propone come surrogato dello spazio costruito. Nelle città ideali dipinte nelle tavole di Urbino, Berlino e Baltimora l’architettura domina la scena in un contesto spaziale "metafisicamente" deserto, privo, se non per qualche rara eccezione, di figure umane, in cui si determina un’atmosfera surreale che genera la sensazione di un vuoto assoluto, definito e limitato dalle nuove forme architettoniche rinascimentali. Uno spazio "ideale" richiede la rappresentazione di un’architettura "ideale", credibile espressione dei valori dell’Umanesimo, ma è anche il paradosso di un’utopia che per essere tale deve necessariamente fare riferimento ad un immaginario atopico.
978-88-904585-7-6
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Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: http://hdl.handle.net/20.500.12318/18024
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